Giubileo Gambarie Aspromonte
  Speciale Visita della Dr.Anita Garibaldi in Aspromonte
Passo con emozioni contrastanti attraverso i luoghi che videro l'episodio di Aspromonte. La tragedia Familiare che dovette affrontare mio bisnonno Giuseppe Garibaldi, la tragedia per l'Italia, appena unita e già a confronto armato tra fratelli. Ma da questi  luoghi stupendi il mio augurio  è che possa nascere la nuova Italia, e si possa riscattare il mezzogiorno dal passato per valorizzare le potenzialità nel Futuro. Sono particolarmente grata per l'ospitalità degli uomini e donne di questa terra e per il calore e la professionalità dimostratomi da Andrea Perri e la sua famiglia, ai quali auguro ogni successo. 9 Aprile 2000 "Anita Garibaldi".

                                                                            

                                                                       ASPROMONTE

                                                                              9 APRILE 2000

Siamo qui, in questo luogo sacro alla Patria per ricordare e far ricordare alle future generazioni quanti hanno sacrificato giovinezza e vita nel nome d’Italia. Rendiamo onori alla sacra memoria di Giuseppe Garibaldi, ai Caduti d’Aspromonte, ai Martiri di Fantina, a Francesco Bellantonio di Reggio Calabria e Francesco Sprovieri di Acri, garibaldini dei Mille nel 100° anniversario della loro morte. Signor Sindaco, Autorità, Signore e Signori, non vi nascondo il mio stato d’animo e l’emozione che provo nel trovarmi qui tra Voi, in Aspromonte, in questo giorno, dedicato al ricordo, sognato e desiderato da anni. Nella veste di Presidente della Federazione Nazionale Garibaldina rivolgo il mio grato saluto e di quanti sono partiti con me da Roma, al dottor Vincenzo Saccà, sindaco di Sant’Eufemia d’Aspromonte, al dottor Antonio Alvaro, vice presidente dell’Ente Parco Nazionale d’Aspromonte, al Corpo Forestale dello Stato e alla generosa gente di Calabria per il calore, la generosità e il sincero amor di Patria con cui ci hanno accolto. È doveroso sottolineare, oltre alla presenza della dottoressa Anita Garibaldi, pronipote dell’Eroe e dell’Eroina dei Due Mondi, Presidente Nazionale dell’Associazione “Mille Donne per l’Italia” e dell’Associazione Nazionale Garibaldina, quella della signora Maria Antonietta Grima dell’Associazione “Mille Donne per l’Italia”, del signor Raffaele Tosi, nipote del Cap. garibaldino Raffaele Tosi, del signor Fulvio Crocenzi, garibaldino nel cuore e nello spirito, del signor Ilario Perni e signora, dell’antica e prestigiosa Banda Nazionale Garibaldina di Poggio Mirteto, del signor Giuseppe Centra, Presidente della sezione di Roccagorga dell’Arma Aeronautica, del Ten. Pier Vincenzo Rosiello della Rivista Militare, della signorina Anna Lisa Delli Noci, coordinatrice amministrativa della cooperativa di dentisti “CDA Europa”, e del Col. Mario Pileggi, già Capo Ufficio Presidio del Comando Zona di Bari. Questa terra e questo luogo furono passaggio obbligato per la storia d’Italia. Nel 1860 lo sbarco in Calabria significò l’inizio della liberazione della parte continentale del regno delle due Sicilie, nel 1862, questa terra di Aspromonte fu, suo malgrado, palcoscenico di un tragico scenario che vide protagonisti le truppe regolari dell’Esercito Italiano e i volontari guidati da Giuseppe Garibaldi, uno scontro fratricida che rappresentò l’episodio più doloroso della storia del Risorgimento Italiano. “Roma o Morte”, un grido disperato che faceva eco a quanti, stanchi dell’inazione del Governo Italiano, avevano seguito Garibaldi nell’impossibile tentativo di ripercorrere vittoriosamente l’itinerario di due anni prima, per invadere lo Stato Pontificio e liberare Roma e farne la capitale naturale d’Italia. Alle quattro del mattino del 25 agosto 1862 tra Melito e Capo dell’Armi, sbarcarono dai piroscafi Abbattucci e Dispaccio tremila uomini guidati dal Gen. Garibaldi, incuranti dell’ostilità del Governo Rattazzi, che temeva si verificasse un incidente diplomatico con conseguente intervento francese a favore del Papa, e del proclama del 3 agosto con cui il Re Vittorio Emanuele II lanciava un appello ai volontari di non compromettere la giovane nazione italiana agli occhi dell’Europa. A nulla valsero le suppliche di Giacomo Medici per evitare una guerra civile, le parole accorate di Cucchi e Turr e l’accorrere dei deputati Calvino, Mordini e Fabrizi, arrestati, al loro ritorno, a Napoli dal Generale La Marmora che smaniava per fucilarli. Garibaldi proseguiva la sua marcia verso Reggio inseguito da un battaglione del 5° reggimento fanteria, mandato a fermarlo dal Gen. Cialdini diventato, negli ultimi tempi, ostile al Nizzardo. Gli ordini erano di non rispondere al fuoco e alle provocazioni delle truppe regolari e, per evitare lo scontro diretto e per non spargere sangue fraterno, Garibaldi si diresse con i suoi verso l’Aspromonte. Ma le truppe regolari, la mattina del 29 agosto, attaccarono con accanimento sorprendente i volontari ridotti, dopo le diserzioni e gli arresti, a circa 1 500 uomini.            … “Tali certamente erano gli ordini – prosegue il racconto lo stesso Garibaldi nelle sue Memorie ricordando il tragico episodio – “si trattava d’esterminio, e siccome tra i figli della stessa madre potevasi temere titubanza, cotesti ordini furono, senza dubbio, di non dar tempo nemmeno alla riflessione. Giunto a lungo tiro di fucile, il corpo Pallavicini formò le sue catene, avanzò risolutamente su di noi, e cominciò il solito “fuoco avanzando”, sistema adottato anche dai borbonici, e che ho già descritto difettoso. Noi non rispondemmo. Terribile fu per me quel momento! Gettato nell’alternativa di deporre le armi come pecore, o di bruttarmi di sangue fraterno! Tale scrupolo, non ebbero certamente i soldati della monarchia, o, dirò meglio, i capi che comandavano quei soldati. Che contassero sul mio orrore per la guerra civile? Anche ciò è probabile, e realmente, essi marciavano su di noi con una fiducia che lo faceva supporre. Io ordinai che non si facesse fuoco, e tale ordine fu ubbidito, meno da poca gioventù bollente alla nostra destra, agli ordini di Menotti, che vedendosi caricati un po’ sfacciatamente, caricarono e respinsero. La posizione nostra nell’alto, colle spalle alla selva, era di quella da poter tenere dieci contro cento. Ma che serve, non difendendoci, era certo che gli assalitori dovevano presto raggiungerci. E siccome succede sempre, esser fiero chi assale, in ragion diretta della poca resistenza dell’avverso, i bersaglieri che ci marciavano sopra, spesseggiavano maledettamente i loro tiri, ed io che mi trovavo tra le due linee, per risparmiare la strage, fui regalato con due palle di carabina, l’una all’anca sinistra, e l’altra al maleolo interno del piede destro. Anche Menotti fu ferito nello stesso tempo. Coll’ordine di non sparare, quasi tutta la gente nostra ritirossi nella foresta, rimanendo presso di me tutti i miei prodi ufficiali, fra cui i tre egregi chirurghi nostri Ripari, Basile ed Albanese, alla cura gentile dei quali io deve certamente la vita”….               Lo scontro durò una decina di minuti, ma fu sufficiente a causare la morte di cinque garibaldini e sette regolari e il ferimento di quattordici regolari e venti garibaldini. Subito dopo tutti accorsero intorno all’albero al cui tronco era appoggiato Garibaldi con in bocca il suo eterno mezzo toscano. Il Tenente Rotondo sopraggiunse a cavallo e, senza salutare, intimò a Garibaldi la resa. Il Generale gli rivolse parole di rimprovero per il comportamento scorretto ed offensivo e lo fece disarmare. Per sua fortuna intervenne il colonnello Pallavicini che chiese a Garibaldi di arrendersi, parlandogli all’orecchio e con la massima cortesia. Il Generale, adagiato su una barella di fortuna, fu trasportato a braccia in direzione di Scilla. Il corteo giunse a tarda sera alla capanna del pastore Vincenzo, che aveva già aiutato Garibaldi nel 1860 e l’illustre ferito e prigioniero dopo aver bevuto un po’ di brodo di capra passò il resto della notte su un letto improvvisato di cappotti offerti generosamente dagli ufficiali del suo Stato Maggiore. All’alba del 30 agosto si riprese la discesa verso Scilla sotto un sole cocente e, per riparare il generale dai raggi solari, si improvvisò un ombrello di rami d’alloro. Nonostante la richiesta di essere imbarcato su una nave inglese, Garibaldi fu traghettato a bordo della pirofregata Duca di Genova, sotto lo sguardo soddisfatto del Generale Cialdini che non salutò il suo nemico ferito e vinto, continuando a fumare tranquillamente la sua sigaretta. Dopo lo sbarco a La Spezia fu rinchiuso, come è noto, nel forte del Varignano. Dopo una prima intenzione del governo di processarlo, Garibaldi fu amnistiato con regio Decreto del 5 ottobre 1862, consentendogli di tornare nella sua isola di Caprera. Il tragico epilogo del ’62, che raggiunse il suo culmine nel deprecabile episodio di Aspromonte, evidenziò, ancora una volta, in modo inequivocabile i motivi di contrasto che in tutte le campagne del Risorgimento sorsero tra le truppe regolari e i volontari. L’incompatibilità esistente tra La Marmora, Cialdini e Garibaldi si era diffusa inevitabilmente tra i gradi del nascente Esercito italiano. Molti ufficiali garibaldini, integrati nell’esercito regolare, dopo qualche anno, furono costretti a dimettersi per insopportabilità di convivenza con gli ufficiali provenienti dall’Accademia, mentre furono ben accetti gli ex ufficiali borbonici, perché provenienti dalla Scuola della Nunziatella. L’insofferenza, in alcuni casi, si trasformò in odio ed è in questo contesto che si colloca il tragico episodio dell’eccidio di Fantina. Nei giorni che seguirono i fatti d’Aspromonte si aprì, da parte delle truppe regolari, un’autentica caccia ai garibaldini. Tra i regolari vi erano moltissimi ex ufficiali e soldati borbonici che trattarono i garibaldini come nemici, ai quali, con tutto il rancore borbonico, urlavano: “Al sessanta tu ed al sessantadue noi!”, prendendosi la rivincita sull’umiliazione subita due anni prima.  Una cinquantina di garibaldini della colonna Trasselli, diretta a Novara di Sicilia per consegnare le armi al sindaco di quella città, si disperse lungo il torrente e una parte trovò rifugio nelle case e nella chiesetta di Fantina, piccolo centro in provincia di Messina. I garibaldini, sfiniti per la fatica e la fame, furono svegliati brutalmente e sorpresi nel sonno da una compagnia di soldati del 47° reggimento fanteria agli ordini del maggiore Giuseppe De Villata. Fiduciosi nella falsa promessa di immunità, otto garibaldini dichiararono di essere disertori. De Villata, applicando spietatamente la legge di guerra ne fece fucilare sette non considerando che si trattava di italiani e di uomini che si erano battuti nel ’60 per l’Unità d’Italia e che avevano ripreso le armi per fare di Roma la sua capitale. L’ottavo garibaldino, Pietro Castagna, che riuscì ad evitare la fucilazione, qualche anno dopo, descrisse le tragiche vicende in un giornale bresciano “Fascio della Democrazia”.  È doveroso ricordare i nomi dei sette garibaldini vittime della barbarie degli stessi soldati italiani: Giovanni Botteri e Ulisse Grazioli di Parma; Ernesto o Giovanni Panieri di Pavia; Costante Bianchi, Barnaba della Momma e Giovanni Balestra di Roma; Luigi o Cornelio Cerretti di Rovigo. Nel giorno del ricordo commemoriamo, alla presenza dei sindaci delle città di provenienza i garibaldini dei Mille Francesco Bellantonio e Francesco Sprovieri dei quali quest’anno ricorre il centesimo anniversario della morte.

Di entrambi do lettura di una breve scheda biografica. 

Francesco Bellantonio nacque a Reggio Calabria il 15 giugno 1822. Fornaio di professione, dopo la spedizione fu portiere della Questura di Napoli. È ammirevole un uomo che, nato senza alcuna educazione culturale, aprì l’animo agli alti ideali di libertà e di giustizia e tanto si affezionò in carcere a Luigi Settembrini e ai compagni che avevano apprezzato l’animo delicato di questo piccolo eroe. Fu condannato all’ergastolo per aver cospirato col prete don Cristoforo Assumma di cui frequentava la casa. Trascinato in un viaggio a piedi per 27 giorni, da Reggio Calabria a Napoli, con le mani incatenate e le braccia legate dalle funi, con altri disgraziati, sopportò pene inenarrabili. Il Settembrini lo ricorda con tanto affetto nelle “Ricordanze”. A Sbarre, frazione di Reggio Calabria, era il Napoleone, come amava chiamarsi lui stesso. Rapì una ragazza e le avventure che ebbe e di cui fu protagonista, sono moltissime. Fu imbarcato poi con i sessanta politici per l’America, ma poi finì a Cork, in Irlanda e di lì a Genova, in tempo per essere dei Mille. Tornato a casa dopo l’avventura, si sposò senza aver figli. Visse finalmente tranquillo a Reggio Calabria dove si spense serenamente, dopo tante vicende il 21 giugno 1900.                                                Francesco Sprovieri nacque ad Acri (CS) il 2 maggio 1826. È il Comandante della 3^  compagnia dopo la rinuncia del barone Stocco. Si era laureato in filosofia e lettere. Viene presto arrestato per aver preso parte ad una congiura per abbattere il re. Nel ’48 va in Lombardia con il generale Pepe e le truppe spedite dal re di Napoli che poi, dopo il ripensamento di Pio IX, furono richiamate. Egli disobbedisce e resta alla difesa di Venezia. Dopo la caduta della città, andò ramingo per una decina di anni finché nel ’59 è con i Cacciatori e poi nel ’60 con i Mille. Ferito a Calatafimi, nel settembre del ’60 è Tenente Colonnello. Con lo stesso grado entra nel Regio Esercito e nel ’66 ottiene un’altra Medaglia d’Argento per il valore dimostrato a Condino. Colonnello nella riserva nel 1888. Deputato per il Collegio di Cosenza in varie legislature, il 20 novembre 1891 fu nominato senatore. Morì a Roma il 7 febbraio 1900. Come in un appello di adunata militare, nomino gli altri diciotto volontari calabresi che seguirono la gloriosa schiera dei Mille.

                                                        REGGIO CALABRIA E PROVINCIA

  ·     CALAFIORE Michele nato a Fiumara il 21 gennaio 1809. Capitano medico-chirurgo. Morì nella sua Fiumara il 7 luglio 1861.

·     MERLINO Alfio nato a Reggio Calabria il 24 maggio 1818, di professione confetturiere ambulante. S. Ten. Nei Cacciatori della Sila. Morì nella sua città natale il 25 febbraio 1882.

·     MORGANTE Rocco nato a Fiumara il 5 ottobre 1805. Farmacista, promosso Capitano morì nel suo paese il 23 giugno 1894.

·     ODDO Angelo nato a Reggio Calabria il 24 ottobre 1826. Dentista, sottotenente nei Cacciatori della Sila, morì a Messina il 18 aprile 1897.

·     PLUTINO Antonio, barone, nato a Reggio Calabria il 10 dicembre 1811, avvocato. Governatore Generale della provincia di Reggio. Deputato al parlamento. Colonnello Ispettore della Guardia Nazionale. Morì a Roma il 12 settembre 1895.

                                                                        CATANZARO E PROVINCIA

  ·     CARBONARI Raffaele nato a Catanzaro il 21 novembre 1812. Ingegnere, colonnello. Morì nella sua città il 1° luglio 1881.

·     NICOLAZZO Gregorio nato a Platania il 18 aprile 1828. Capitano della Guardia Nazionale, si spense il 13 dicembre 1864 nella sua città.

·     PICCOLI Raffaele nacque a Castagna il 10 ottobre 1819. Sacerdote, dopo una vita avventurosa, morì in miseria e suicida nel suo paese i 27 luglio 1888.

·     STOCCO Francesco barone. Nacque a Decollatura il 1° marzo 1806. Cavaliere di Malta. Maggior Generale, deputato, Senatore. Morì a Nicastro il 7 novembre 1880.

·     TOJA Alessandro nacque a Gizzeria il 23 settembre 1822. Telegrafista. Ex maggiore poi sergente nelle Guide. Morì nel suo paese il 28 settembre 1866.

 

                                                               COSENZA E PROVINCIA

 

·     BIANCHI Ferdinando nato a Bianchi il 3 marzo 1797. Ex sacerdote morì assassinato a Napoli il 10 gennaio 1866.

·     DAMIS Damiano nacque a Lungro il 24 febbraio 1824. Deputato, generale, morì nel suo paese il 4 ottobre 1904

·     LAMENSA Stanislao nacque a Saracena il 27 dicembre 1813. Avvocato, morì sul ponte dell’Ammiraglio durante la presa di Palermo il 27 maggio 1860.

·     MAURO Domenico nacque a San Demetrio Corone il 17 dicembre 1812. Avvocato, deputato, morì a Firenze il 19 gennaio 1872.

·     MAURO Raffaele (fratello di Domenico) nacque a Cosenza il 23 ottobre 1814. Laureato, direttore dei Dazi, morì nella sua città il 28 marzo 1892.

·     MICELI Luigi barone, avvocato, nacque a Longobardi il 30 giugno 1824. Fu nel ’49 alla difesa di Roma e nel ’62 in Aspromonte. Maggiore, Senatore, Ministro dell’Agricoltura. Morì a Roma il 30 dicembre 1906.

·     MINNICELLI Luigi nacque a Rossano il 13 agosto 1827. Operaio, combatté nel ’48 e morì nel suo paese il 27 novembre 1903.

·     SPROVIERI Vincenzo (fratello di Francesco) nacque ad Acri il 20 febbraio 1823. Sindaco, presidente del consiglio provinciale, avvocato. Morì ad Acri il 15 gennaio 1895.

 

  Eleviamo ora le nostre Bandiere, le nostre voci e i nostri cuori e rendiamo onore ai caduti di Aspromonte, ai Martiri di Fantina, e ai volontari garibaldini della generosa terra di Calabria.

Onori a tutti i Caduti! Viva la Calabria garibaldina! Viva Giuseppe e Anita Garibaldi! Viva l’Italia!

Cedo, senz’altro, la parola alla dottoressa Anita Garibaldi che vi renderà partecipi del suo pensiero e dei suoi sentimenti.

                                                                                    N. Serra